Vujadin BoskovGetty/GOAL

Gli ultimi anni della carriera di Boskov: le esperienze con Perugia e Jugoslavia

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I più giovani lo conoscono forse per le sue massime calcistiche, in apparenza scontate, ma in realtà sempre profonde e spiazzanti, che lo hanno reso universalmente celebre. Ma oltre che essere un grande uomo mediatico prima ancora che i mass media assumessero l'importanza che ricoprono oggi, Vujadin Boskov è stato un buon giocatore e un grande allenatore.

Nato il 16 maggio di 89 anni fa, da calciatore è stato una bandiera del Vojvodina, la squadra della sua città, e ha indossato le maglie della Sampdoria in Serie A e dello Young Boys in Svizzera, oltre che della Jugoslavia, con cui ha vinto la medaglia d'argento alle Olimpiadi di Helsinki nel 1952, da allenatore ha girato l'Europa vincendo tanto. 

L'unico rimpianto è forse non essere riuscito a sollevare la Coppa dei Campioni, che ha sfiorato in ben due occasioni: con il Real Madrid nel 1981 e con la Sampdoria nel 1992. Entrambe le finali, giocate rispettivamente contro Liverpool e Barcellona, hanno visto le sue squadre sconfitte 1-0.

Per il resto la sua bacheca è particolarmente ricca: ha vinto uno Scudetto italiano con la sua Sampdoria, una Liga spagnola con il Real e un campionato jugoslavo con il Vojvodina. Ma anche 2 Coppe Italia, un campionato di Serie B, 2 Copa del Rey, una Coppa d'Olanda, una Supercoppa italiana e una Coppa delle Coppe.

Non si è mai fatto mancare nulla, Vujadin, lasciando la sua impronta inconfondibile ovunque è stato. Intraprendendo sfide che molti dei suoi colleghi avrebbero declinato, come quando alla fine della sua carriera da allenatore ha accettato di guidare in corsa il Perugia nel febbraio 1999 e successivamente di fare il C.t. dell'ultima Jugoslavia che ha partecipato a un grande torneo internazionale.

Luciano GaucciGetty Images

LA SALVEZZA CON IL PERUGIA

Dopo aver guidato nella stagione 1996/97 la squadra svizzera del Servette, Boskov nel febbraio 1999 sorprende tutti e accetta la proposta del vulcanico patron Luciano Gaucci di venire in soccorso del Perugia dopo il tira e molla con Ilario Castagner

Il clima in città è quanto mai rovente per la scelta del tecnico veneto di rassegnare le dimissioni in seguito ai fatti dell'Olimpico di Roma. È il 7 febbraio, il Perugia è travolto 3-0 dalla Lazio di Eriksson, ma più che la sconfitta in sé, che lascia la squadra umbra in classifica con 3 lunghezze di vantaggio sulla zona retrocessione, a portare l'ex allenatore dell'Inter a prendere la drastica decisione è quanto accaduto negli spogliatoi durante l'intervallo e da lui stesso in seguito raccontato.

"Il presidente è entrato ed ha ordinato che venissero sostituiti Rapaic e Petrachi, facendomi presente che si trattava di una decisione della società, quindi al di sopra di qualsiasi scelta tecnica. Ho riferito la cosa ai giocatori, ho accettato come era mio dovere, quindi a fine partita ho dato le dimissioni. Non lo avessi fatto, avrei perso la faccia di fronte a me stesso ed alla squadra". 

La decisione di Castagner, che gioca d'anticipo sul possibile esonero, spiazza Gaucci e la società, che in serata respinge le demissioni. Il tecnico però è convinto della sua scelta e convoca, contro il diktat societario, che aveva imposto il silenzio stampa, una conferenza stampa per la giornata di lunedì, nella quale spiegare ai giornalisti le ragioni di questa presa di posizione drastica. Prima di entrare in sala stampa, una delegazione dei giocatori, guidata da Matrecano, parla però con lui, manifestandogli la propria stima e chiedendogli di restare.

Castagner, resa pubblica la situazione davanti ai giornalisti, accetta di trattare. Alessandro e Riccardo Gaucci, i figli del patron, si incontrano con lui e tutto lascia pensare che la situazione possa tranquillizzarsi, nonostante la telefonaca del patron faccia risalire la tensione fra le parti. Invece non sarà così. L'allenatore del Perugia martedì 9 febbraio sta per recarsi al campo di allenamento ma la società gli fa recapitare una lettera. Gaucci scrive di "non aver mai interferito sulle questioni tecniche", smentendo di fatto la versione ufficiale data dal tecnico. Al quale viene inoltre annunciato verbalmente da alcuni dirigenti che alle 17 è ordinata dal patron la partenza in ritiro.

Di fatto l'allenatore veniva nuovamente scavalcato e messo spalle al muro. L'allenamento salta e a Castagner dopo un'ora arriva una seconda lettera, nella quale è accusato di non voler adempiere più ai suoi obblighi e si dice che le dimissioni sono accettate. In un successivo comunicato ufficiale, il club chiede il deferimento del tecnico. Per la scelte del suo successore, invece, prevale la linea del vulcanico patron, che vuole Vujadin Boskov, su quella dei suoi due figli, che preferirebbero Giovanni Galeone.

Il tutto in un clima infuocato, con i tifosi che si schierano apertamente dalla parte dell'ormai ex allenatore e contro la proprietà. A farne le spese è proprio Boskov, che quando dirige il suo primo allenamento, deve far ricorso al suo proverbiale aplomb di fronte alle dure contestazioni. "Boskov mercenario", "Boskov si addormenta in panchina", "Boskov vattene". Chi più ne può, più ne metta.

Per i supporters del Grifone il tecnico serbo è il volto della società. Ma lui, cui viene imposto di parlare solo con le tv, prova a sdrammatizzare.

"Sono trent'anni che alleno, non posso farne a meno. - dice - La situazione del Perugia non è bella, ma esistono le possibilità per salvarci. Città come Perugia o Genova che non vincono diventano più povere".

Milan RapaicPixsell

A fine seduta dispensa sorrisi nonostante la contestazione feroce e i fischi nei suoi confronti. Boskov lavora sulla testa dei giocatori, in primis il più talentuoso, il croato Milan Rapaic, che dopo l'interesse manifestato dalla Juventus, che lo ha sedotto e scaricato (preferendogli Henry), non è più riuscito a esprimersi sui livelli di inizio stagione. E i risultati arrivano, a cominciare dall'esordio sulla carta proibitivo di domenica 14 febbraio contro l'Inter di Lucescu. Alla vigilia il nuovo allenatore del Grifone non fa proclami, e si limita a un suo classico:

"Io dico che la vittoria è meglio del pareggio, ma che pareggio è meglio di sconfitta".

Ma sul campo il Perugia vola, e grazie ai goal di Kaviedes e del redivivo Rapaic vince 2-1 e conquista 3 punti pesanti in chiave salvezza. A quel punto Boskov prova allora ad alzare l'asticella, ma l'impressione è che lo faccia più per strategia comunicativa per portare dalla sua parte i tifosi che per reale convinzione.

"Questa squadra può arrivare al nono posto, ma i tifosi devono esserci vicini. Altrimenti fanno un danno a se stessi. Io sono convinto di poter dare una mano al Perugia. Non sono i soldi a muovermi ma la passione per il calcio. Ho una filosofia, cercare di aiutare quelli che hanno problemi, provare a risolverli. E io credo che in questo momento a Perugia ci fosse necessità di dare un aiuto, il presidente crede così e se lui è sicuro di questo lo sono anch' io, vedrete, rimetteremo tutto a posto".

I risultati continuano ad essere in verità altalenanti, dato che al successo sui nerazzurri seguono due sconfitte di fila in trasferta con Venezia e Parma. In casa però la squadra fa il suo dovere: al Curi cadono due dirette concorrenti per la salvezza come Empoli e Salernitana, gara quest'ultima molto tirata che si rivelerà decisiva, e decisa ancora da una rete del croato Rapaic. Se fuori casa le cose vanno male e anche a Piacenza arriva un brutto stop, in casa gli uomini di Boskov macinano punti.

Al pareggio con il Bologna segue un'altra vittoria di prestigio contro la Roma. Il Grifone si impone 3-2, e il goal partita lo segna il solito Rapaic in zona Cesarini. Alla terz'ultima giornata il Perugia ha 2 punti di margine sul quart'ultimo posto e 5 squadre alle sue spalle. Le cose però si complicano perché Boskov perde l'imbattibilità casalinga, uscendo sconfitto di misura contro il Bari. Tutto si gioca nelle ultime due giornate: gli umbri affrontano Udinese e Milan, che si gioca lo Scudetto con la Lazio, la Salernitana ha il Venezia e il Piacenza, la Sampdoria Bologna e Bari. 

A Udine però gli umbri fanno una grande partita, e ottengono l'unico preziosissimo successo esterno della gestione Boskov grazie a una doppietta di Petrachi. La Samp pareggia a Bologna ed è retrocessa, la Salernitana supera il Venezia all'Arechi e se la gioca fino all'ultimo. La distanza dai campani è di 2 punti, e il Perugia può permettersi anche di perdere con il Milan se la Salernitana non batte al Garilli il Piacenza. Così sarà, Guglielminpietro regala ai rossoneri il 16° Scudetto, ma negli spogliatoi a festeggiare sono anche gli umbri, che conquistano la permanenza in Serie A.

Con tanto di giallo finale, perché la proprietà non è soddisfatta del risultato e Alessandro Gaucci entra negli spogliatoi e striglia la squadra. Ma non fa i conti con Boskov, che dopo lo scontro verbale lascia nell'armadietto del Curi anche un prezioso oggetto. 

"In partitella di allenamento mio allenatore Patek si fa male a ginocchio, si ferma y mi dà fischietto: 'Continua tu'. Io prendo suo posto in squadra e anno dopo diventato allenatore-giocatore. Y suo fischietto da quel momento sempre con me come simbolo. - raccontò il tecnico serbo in un'intervista a 'Libero' - A fine carriera vado a Perugia e partita Perugia-Milan finisce 1-2: loro scudetto y noi salvezza. Sento urla in spogliatoio y entro y trovo Alessandro Gaucci arrabbiato con squadra perché perso. Io: 'Tu esci da qui e non urlare perché noi salvi'. Lui dice: 'Ok, esco ma lei non sarà mai più l'allenatore del Perugia'. Io vado macchina e via, subito a casa senza prendere bagagli e oggetti dallo spogliatoio. Fischietto rimasto là, y io smesso allenare".

Il Perugia era salvo, Boskov ancora una volta aveva centrato l'obiettivo e ne usciva da gran signore.

BOSKOV CT DELLA JUGOSLAVIA

Prima di godersi la vita e fare il pensionato, però, Boskov ha un ultimo desiderio: tornare ad allenare la Jugoslavia, che aveva già guidato da giovane dal 1971 al 1973. Anche se ormai del 'Brasile d'Europa' restava soltanto il nome, perché le guerre balcaniche avevano portato all'indipendenza dei vari Stati di cui era composta la Repubblica federale jugoslava, in precedenza tenuta unita soltanto dal regime socialista del maresciallo Tito.

La grande Jugoslavia, quella di Mihajlovic, Prosinecki, Pancev, Savicevic, Boban, Mijatovic e Suker, solo per citare alcuni dei suoi interpreti più noti, con al suo interno giocatori croati, serbi, macedoni, sloveni e montenegrini, non c'è più dal 1992, quando era stata squalificata dall'UEFA dopo aver ottenuto sul campo il pass per gli Europei, a causa della guerra civile in essere nei Balcani, in cui persero la vita più di 100mila persone. 

La Jugoslavia del 1999 è composta unicamente da atleti delle Repubbliche di Serbia e Montenegro. Boskov viene contattato dalla Federcalcio serba nel luglio 1999, pochi mesi dopo la salvezza ottenuta con il Perugia. La panchina della Nazionale è infatti vacante, visto che con la città di Belgrado sotto il mirino dei bombardamenti della NATO, il suo predecessore Milan Zivadinovic è fuggito in Arabia Saudita e il posto da Ct è rimasto vacante.

Predrag MijatovicGetty Images

Boskov accetta l'incarico e la prima gara è subito di quelle toste e complicate non solo sotto il profilo sportivo: il 18 agosto si gioca infatti per le Qualificazioni ad Euro 2000 l'infuocata sfida con la Croazia di Boban e Suker, reduce dal 3° posto ai Mondiali di Francia. Al Marakana di Belgrado finisce 0-0, e per l'occasione il Ct. chiama anche Mirkovic e Kovacevic della Juventus, Stankovic e Mihajlovic della Lazio e Bolic della Salernitana. Il capitano è Mijatovic e degli 'italiani' scendono in campo solo Sinisa, i due juventini e il laziale Stankovic.

I risultati sono positivi e la Jugoslavia conquista la qualificazione agli Europei del 2000 in Belgio e Olanda, dopo la squalifica che l'ha esclusa per le edizioni 1992 e 1996 e gli ottavi di finale conquistati due anni prima ai Mondiali. Per strada perde però 'Il Genio' Dejan Savicevic, che gioca la sua ultima gara in Nazionale proprio nelle Qualificazioni europee nella sfida di ritorno contro la Croazia, terminata 2-2.

Ritrova invece il vecchio 'Pixie' Stojkovic, che torna nel gruppo a 35 anni (in quel momento gioca in Giappone) e fa da leader carismatico ai più giovani. Nella rosa per la fase finale ci sono naturalmente i big Jugovic, Stankovic, Mihajlovic, Mijatovic e Drulovic, più qualche giovane emergente come gli attaccanti Milosevic e Kezman. La squadra sembra forte dalla cintola in su, meno in fase difensiva dove non convince appieno.

Savo Milosevic Yugoslavia Euro 2000Getty Images

La Jugoslavia è inserita nel Gruppo 3 con Spagna, Norvegia e la Slovenia. L'esordio è proprio con la squadra guidata dal suo ex giocatore Katanec. Gli sloveni partono forte e vanno sul 3-0 al 57' con lo scatenato Zahovic che fa il diavolo a quattro. Dopo l'infortunio occorso a Stankovic e l'ingresso del veterano Stojkovic, tuttavia, l'inserimento di Milosevic cambia la partita. La Jugoslavia segna 3 goal (doppietta del futuro giocatore del Parma e rete di Drulovic) e strappa un pareggio per 3-3 nonostante l'espulsione di Mihajlovic per doppia ammonizione. In patria si scatenano le critiche per l'atteggiamento iniziale della squadra. Ma Boskov liquida tutto sfornando una delle sue celebri frasi.

"Siamo stati molto sfortunati all’inizio, molto fortunati alla fine”.

In attacco Milosevic scalza Kovacevic, e le cose sembrano funzionare: 1-0 alla Norvegia grazie ad un altro suo goal, poi gara molto combattuta contro la Spagna, da cui si esce a testa alta nonostante la sconfitta per 4-3 arrivata in pieno recupero. Il 2° posto nel Gruppo 3 è assicurato, ma ai quarti l'abbinamento è di quelli ostici, visto che l'avversario sono i padroni di casa dell'Olanda, guidati da Rijkaard.

Il 25 giugno al De Kujip di Rotterdam Boskov schiera il suo classico 4-4-2. Mihajlovic guida la difesa, a centrocampo Stojkovic è preferito a Stankovic come interno accanto a Jugovic, e Govedarica e Drulovic sono i due esterni. Fra i pali c'è Kralj, in attacco Milosevic e Mijatovic. Sarà una disfatta. La squadra è molto sbilanciata in attacco, e l'Olanda farà valere il suo strapotere atletico, schiacciando 6-1 la Jugoslavia, che così saluta il torneo. Mattatore della serata Kluivert, di Milosevic la rete della bandiera dei Plavi. 

Sarà quella l'ultima partita disputata con il nome 'Jugoslavia' in una fase finale di un torneo internazionale. Boskov paga con l'esonero e il ruolo di Ct della Jugoslavia viene assunto da Ilija Petkovic, che si dimette dopo una sola gara, peraltro vittoriosa, contro il Lussemburgo, per i problemi interni della Federazione serba. Il suo posto è preso da Milovan Doric. Sotto la guida di quest'ultimo i Plavi ottengono due pareggi e una sconfitta con la Russia. La Federazione lo rimuove allora dall'incarico, nominando al suo posto una Commissione tecnica composta da Savicevic, Boskov e Ivan Curkovic.

La squadra migliora nei risultati, ma si capisce che per la qualificazione ai successivi Mondiali sarà un testa a testa con la Slovenia. Sotto la commissione la Jugoslavia ottiene 4 vittorie, 2 pareggi e 2 sconfitte. Poi la commissione si scioglie, il ruolo di Ct. passa a Savicevic e Boskov si ritira a vita privata. 'Il Genio' non riuscirà a condurre i Plavi ai Mondiali, con la Slovenia che li precederà di un punto. Il 4 gennaio 2003 la Nazionale perderà anche il nome formale di Jugoslavia assumendo quello di 'Serbia e Montenegro'.

Finita l'avventura in Nazionale, Boskov si ritira a vita privata e si gode per un po' la vita con la sua amata moglie Yelena. Prima che un brutto male, una forma aggressiva di Alzheimer, se lo porti via per sempre il 27 aprile 2014. Ma le sue imprese sportive, oltre che le sue celebri massime, lo hanno consegnato per sempre all'immortalità calcistica.

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