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Sergi Roberto BarcelonaGetty Images

Sergi Roberto, il "canterano" è finalmente cresciuto

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Dura la vita del canterano del Barcellona, soprattutto dopo l’era Guardiola, tante e tali sono le aspettative generate attorno ai prodotti della Masia. Del resto, se i modelli si chiamano Xavi, Iniesta, Busquets, Piqué, Pedro, la pressione può davvero raggiungere picchi insostenibili. A complicare ulteriormente le cose ci si mettono i ritmi frenetici del calcio contemporaneo, dove sono sufficienti una manciata di partite per generare il nuovo idolo di turno, e ancora meno per gettarlo nel dimenticatoio.


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Sotto questo profilo, Sergi Roberto Carnicer più che un giocatore è un modello di sopravvivenza. Pressione, aspettative, bocciature: le ha passate tutte, sempre indossando la maglia blaugrana, forte di una dote – la pazienza, la capacità di saper aspettare – che pochi alla sua età possiedono. Poi, ovviamente, c’è tutto il resto, ovvero un bagaglio tecnico di prim’ordine, adattabilità tattica, corsa, spirito di sacrificio. Ci ha impiegato cinque anni, Sergi Roberto, per entrare nel giro dei titolari nel Barcellona, e la ricompensa più bella alla sua scalata lenta e silenziosa è arrivata con la convocazione nella nazionale spagnola, che stasera affronterà l’Italia in amichevole.

Due le novità del ct delle Furie Rosse Vicente Del Bosque: Aritz Aduriz, tornato a indossare la camiseta roja a 35 anni dopo la prima e unica apparizione nell’ottobre 2010, e appunto Sergi Roberto, pubblicamente elogiato dal tecnico per la sua capacità di adattarsi “sin pijotadas”, dove il termine pijoteria indica sia lamentela che snobismo, entrambi elementi da sempre alieni al vocabolario di un giocatore che proprio sulla duttilità (interno di centrocampo, esterno alto o basso, mediano, a detta di Francisco García Pimienta, suo tecnico nella Juvenil B del Barça, “gli unici ruoli che non l’ho mai visto ricoprire sono quelli di portiere, punta e difensore centrale”) ha saputo costruirsi la carriera.

Sergi Roberto è l’undicesimo giocatore del Barcellona a essere stato convocato per la prima volta in nazionale durante la gestione Del Bosque, ma a differenza di alcuni suoi compagni di squadra come Marc Bartra – chiamato a dispetto di un minutaggio minimo in quanto, a detta di Del Bosque, “sarebbe titolare in qualsiasi altra squadra che non fosse Barcellona o Real Madrid” – il ragazzo nato a Reus, città nella provincia di Tarragona diede i natali al famoso artista catalano Antoni Gaudí, ha già accumulato 40 presenze stagionali in maglia blaugrana, con una media di 63.30 minuti a partita.

L’avventura di Sergi Roberto con il Barcellona è iniziata a 14 anni, quando fu prelevato dalle giovanili del Nàstic nonostante i blaugrana fossero stati bruciati sul tempo dal Real Madrid. Il nome di Sergi Roberto infatti girava tra gli addetti ai lavori già da un paio di anni, e precisamente dal 2012 quando fu eletto miglior giocatore della Danet Cup (un torneo internazionale giovanile disputato in Costa Brava) con il Reus 2000, squadra appositamente creata per la manifestazione scegliendo i migliori elementi dei piccoli club di Reus e dintorni.

Nel 2004 una “prestazione da centrocampista totale” (così un report dell’epoca) al Nou Barris di Barcellona, casa del Damm, aveva fatto rompere gli indugi ai due top club che lo seguivano. Il lunedì successivo all’incontro, nella sede del Nastic era arrivato un fax del Real Madrid contenente l’offerta per l’ingaggio del giocatore. Il giorno dopo era pervenuto un altro fax, questa volta su carta intesta del Barcellona, e per un giocatore cresciuto con Ronaldinho come idolo non avrebbe potuto esserci scelta più facile. A cavallo tra il 2009 e il 2010 arriva la svolta: con la Spagna under 17 finisce terzo al Mondiale di categoria in Nigeria, chiuso per lui con un bottino di 3 gol in 6 partite; la stagione successiva centra con il Barça B la promozione in Segunda Division, la B spagnola, mentre nel novembre 2010 fa il suo esordio in prima squadra subentrando a Maxwell in Copa del Rey contro il Ceuta.


Nelle rare occasioni in cui gli veniva concessa fiducia, mostrava sempre ansia da prestazione. Eppure non ha mai chiesto la cessione, nè il Barça ha mai pensato di privarsene


Sebbene sia stato Pep Guardiola il primo allenatore blaugrana a offrirgli una chance in prima squadra, Sergi Roberto dovrà attendere fino all’arrivo del “Tata” Martino per andare oltre le briciole di qualche minuto nei finali di partita. Ma anche nelle rare occasioni in cui gli veniva concessa fiducia, il ragazzo sembrava soffrire da ansia da prestazione, limitandosi a svolgere il proprio compitino senza il minimo sussulto. Eppure mai ha chiesto la cessione, seppure in prestito, e per due volte il Barcellona gli ha offerto il rinnovo di contratto, consapevole magari di non avere in casa un nuovo Thiago Alcantara (come un dirigente culé aveva una volta improvvidamente dichiarato), ma comunque un elemento polifunzionale su cui poter fare affidamento nelle situazioni di emergenza.

Una di queste si è presentata lo scorso agosto quando, in una squadra dal mercato bloccato causa sanzione FIFA, Dani Alves si è infortunato lasciando scoperto il ruolo di terzino destro. Con Montoya – peraltro già bocciato dai catalani – in prestito all’Inter e Douglas tutt’altro che convincente, Luis Enrique ha optato per il ragazzo di Reus, ottenendo in cambio una serie di prestazioni di alto livello. Rotto il ghiaccio, soprattutto a livello psicologico, Sergi Roberto ha saputo confermarsi anche una volta riportato in mezzo al campo, nel cuore del gioco blaugrana, coniugando quantità e qualità (5 assist nella Liga, tra cui uno fantastico di tacco per Luis Suarez contro il Getafe). La prestazione mostruosa al Santiago Bernabeu nel 4-0 al Real Madrid ha rappresentato la sua tesi di laurea. Non più canterano, ma giocatore del Barcellona. Ci ha impiegato cinque lunghi anni, ma ne è valsa la pena.

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