L'espressione timida, un sorriso accennato, il pugno destro alzato. Il 26 giugno 2013, Carlos Tevez si presenta così ai tifosi della Juventus accorsi sotto la sede della società per assistere ai primissimi momenti bianconeri dell'argentino, acquistato dal Manchester City in cambio della (tutto sommato modica, col senno di poi) cifra di 9 milioni di euro più 6 di bonus.
Nelle sue mani, la maglia numero 10. Quella di Alessandro Del Piero, e prima ancora di Roberto Baggio, di Michel Platini, di Omar Sivori. Sacrilegio, pensano quelli che avrebbero voluto vederla riposta per sempre in un cassetto, ritirata in onore dei fuoriclasse che l'hanno vestita prima di Carlos. Il quale non fa una piega: "Un onore indossarla. E una bella responsabilità. Ma quella più grande sarà far bene in campo".
Parliamoci chiaro: non tutti credono a una convivenza serena. Negli occhi rimangono le tante turbolenze a cui Tevez ha abituato nel corso della propria carriera: dalla rissa col compagno Marquinhos al Corinthians alla scelta di tradire il Manchester United per i rivali cittadini del City, fino allo screzio con il suo ex allenatore Roberto Mancini per una panchina mal digerita.
Tevez fa parlare il campo, come promesso il giorno della presentazione. Ed è decisivo nella conquista di due scudetti, il terzo e il quarto di un'egemonia ancora in corso. Non è un caso che sia Antonio Conte a volerlo e ottenerlo: pochi giocatori rappresentano meglio di lui il concetto di professionismo, di sudore, di affidabilità, di grinta. Di garra, utilizzando un termine a lui caro.
Con la sua corsa continua mette a soqquadro difese esauste. Con la sua qualità, è l'uomo in più per una Juventus che pur cambiando pelle rimane sempre uguale a sé stessa: vincente. Nei 24 mesi italiani, Tevez si dimostra un dominatore. Classe e fame: un mix micidiale assaporato, dopo Conte, anche da Massimiliano Allegri, già vicinissimo all'argentino ai tempi del Milan (ricordate la famosa cena con Adriano Galliani?).
I numeri, poi, parlano da soli: 19 goal all'esordio in Serie A, 20 il secondo anno. Con uno spagnolo al proprio fianco - Llorente prima, Morata poi - Tevez si trova benone, evidentemente. Tanto da svegliarsi anche in Europa, dove scrive la parola 'fine' a un digiuno che durava da 5 anni: nel 2014 si sblocca contro il Benfica, in semifinale di Europa League, e pochi mesi dopo rompe anche il tabù Champions.
Getty ImagesEcco: se esiste un rimpianto nell'avventura italiana di Tevez, questo non può non essere legato alla serata di Berlino. Il 6 giugno 2015 la Juventus se la gioca fino in fondo contro i marziani del Barcellona, ma perde per l'ennesima volta in finale. Carlos aveva dato un contributo più che sostanzioso, andando a segno 7 volte nel corso del torneo e partecipando all'azione del momentaneo pareggio di Morata contro i catalani.
Il suo addio, poche settimane più tardi, affonda le radici nei sentimenti: troppo forte il richiamo del Boca Juniors, del suo Boca Juniors, per rimanere inascoltato. Tevez fa le valigie e torna a casa, portando con sé l'affetto di un popolo intero e una valanga di trofei: in due anni ha messo assieme due campionati, una Coppa Italia e una Supercoppa Italiana, sfiorando pure il colpo europeo.
E la numero 10? E le polemiche sorte due anni prima? E il sopracciglio alzato di chi non riteneva possibile onorare di un simile privilegio l'ultimo arrivato? Appartiene tutto al passato: nessuno, oggi, nutre più alcun dubbio sul fatto che la scelta della Juventus di assegnare a Tevez la divisa che per quasi una ventina d'anni era rimasta sulle spalle di Del Piero sia stata la più saggia e corretta possibile.


